
Quando si guardano le formazioni del Milan AC alla fine degli anni ’80, un dettaglio salta all’occhio: Gullit non gioca mai nello stesso ruolo per due partite consecutive. Punta centrale una sera, trequartista la successiva, a volte arretrato a supporto di Rijkaard. Questa mobilità permanente in campo racconta meglio di qualsiasi statistica ciò che ha reso Ruud Gullit così difficile da neutralizzare per le difese europee.
Versatilità tattica di Gullit: un profilo senza pari negli anni ’80
La maggior parte dei giocatori olandesi di questa generazione occupava un ruolo definito. Rijkaard ricopriva il centrocampo difensivo, Van Basten la punta. Gullit, invece, sfuggiva a qualsiasi classificazione. Con la sua corporatura (1,91 m) e la capacità di accelerare con la palla al piede, poteva giocare spalle alla porta come un pivot e poi trovarsi a concludere un’azione avviata dalla propria metà campo.
Recenti analisi tattiche lo citano come pioniere del ruolo di falso nove, questa posizione ibrida tra regista e punta che club come il FC Barcellona hanno reso popolare molto più tardi. Nel Milan di Arrigo Sacchi, Gullit occupava simultaneamente le zone del numero 10 e quelle della punta, destabilizzando le difese organizzate in marcatura individuale.
Si può tornare su la storia di Ruud Gullit nel calcio europeo per misurare l’estensione di questa influenza tattica, che va ben oltre il suo palmarès.

Dal Feyenoord al Milan AC: i club che hanno plasmato il giocatore
Il percorso di Gullit nei club non segue la traiettoria lineare di un prodigio che si unisce a una grande squadra fin dall’inizio. Formatosi nei Paesi Bassi, passa per diversi club olandesi prima di esplodere a livello continentale. Il suo passaggio al Feyenoord e poi al PSV Eindhoven gli dà una base fisica e tecnica che pochi trequartisti possedevano all’epoca.
È il suo trasferimento al Milan AC a cambiare le carte in tavola. Sacchi costruisce attorno al trio olandese (Gullit, Van Basten, Rijkaard) una squadra capace di dominare l’Europa. Il club milanese vince la Coppa dei Campioni, e Gullit ricopre un ruolo centrale, non solo per i suoi gol ma per la sua capacità di creare spazi nel gioco di posizione.
Cosa è cambiato con il passaggio in Inghilterra
Dopo l’Italia, Gullit si unisce alla Premier League, prima come giocatore al Chelsea. Questa transizione è meno commentata rispetto ai suoi anni milanesi, ma ha un’importanza che va oltre il campo. Diventa uno dei primi allenatori neri nella storia della Premier League quando assume la guida del club londinese nel 1996.
Questa nomina è regolarmente citata dai media britannici come un traguardo simbolico nella rappresentanza delle minoranze ai massimi livelli del calcio europeo. In un’epoca in cui le posizioni dirigenziali erano molto poco diversificate, la presenza di Gullit in panchina al Chelsea apre una breccia.
Squadra dei Paesi Bassi: il ruolo di Gullit nella generazione d’oro olandese
Si parla spesso della selezione olandese del 1988 come di un apice del calcio totale. Gullit indossa la fascia di capitano e contribuisce direttamente al titolo durante il Campionato Europeo. La sua associazione con Van Basten e Rijkaard in nazionale riproduce la complementarità che funziona nel Milan AC.
Ciò che distingue Gullit in questa squadra è la sua capacità di unire profili molto diversi. Giocatore carismatico, riconoscibile tra tutti con la sua acconciatura a dreadlocks, incarna una selezione che mescola tecnica, potenza e uno stile di gioco offensivo dichiarato.
- Capitano della squadra dei Paesi Bassi durante il trionfo europeo, con un ruolo di leader dentro e fuori dal campo
- Complementarità con Rijkaard a centrocampo e Van Basten in attacco, un trio che ha funzionato sia in club che in nazionale
- Uno stile di gioco orientato all’attacco, ereditato dal calcio totale olandese ma adattato alle esigenze fisiche del calcio della fine degli anni ’80

Gullit e il calcio moderno: uno sguardo critico sull’evoluzione dello sport
Dalla fine della sua carriera da allenatore, Ruud Gullit non si limita a commentare. Prende posizione, a volte in modo netto. In dichiarazioni recenti, ha definito il calcio attuale “assolutamente orribile”, criticando in particolare le interruzioni legate ai cooling breaks e alle pause idriche che, secondo lui, spezzano il ritmo naturale del gioco.
Queste affermazioni si inseriscono in un dibattito più ampio sul tempo di gioco effettivo. La FIFA spinge verso un controllo più rigoroso del cronometro, con un obiettivo di circa 60 minuti di palla in gioco per partita. Gullit, invece, difende una visione in cui l’intensità e la fluidità prevalgono sulla gestione amministrativa del tempo.
Un’opinione che divide ma che ha peso
I pareri variano su questo punto. Alcuni ex giocatori condividono il punto di vista di Gullit, altri ritengono che le pause proteggano la salute dei calciatori in un calendario sovraccarico. Ciò che non è in discussione è la legittimità di Gullit nel sostenere questo discorso: pochi sono gli ex giocatori che hanno vissuto il calcio a un tale livello di versatilità e intensità.
Il suo sguardo rimane quello di un giocatore formato in un’epoca in cui le partite si giocavano senza interruzioni commerciali e dove la condizione fisica si gestiva in modo diverso. Che si condivida o meno la sua analisi, Gullit incarna una memoria vivente del calcio europeo degli anni ’80 e ’90, un periodo che molti considerano un’età dell’oro dello sport.
Il percorso di Ruud Gullit attraversa club, nazionali e decenni senza mai ridursi a un solo ruolo. Giocatore, capitano, allenatore, commentatore: ogni tappa ha lasciato un segno concreto sul calcio europeo, dal campo del Feyenoord alla panchina del Chelsea.